La stagione 2018 della Nuova Galleria Civica si apre con “Concretezza dell’astrazione”

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La stagione della Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, curata anche in questo 2018 da Giuliano Menato, si apre dall’11 marzo al 22 aprile con la mostra “Concretezza dell’astrazione”

Protagoniste le opere di Vincenzo Satta, Mauro Cappelletti, Gianni Pellegrini, Sonia Costantini, Domenico D’Oora e Franco Ruaro. L’inaugurazione è in programma domenica 11 marzo alle 10, mentre domenica 15 aprile alle 17 è previsto un incontro pubblico di approfondimento con gli artisti.

“«Il colore siamo noi. Noi siamo pittori». Con questa orgogliosa affermazione Paul Klee rivendicava la propria azione creative – scrive il sindaco Milena Cecchetto nella brochure di presentazione della mostra -. Satta, Cappelletti, Pellegrini, Costantini, D’Oora, Ruaro, legittimati dalla stessa professionalità, sono impegnati, ciascuno a modo suo, a scoprire le diverse potenzialità del colore, a verificarne le proprietà psichiche e gli effetti emozionali. Il messaggio delle loro opere è tutto nel mezzo espressivo, nelle sue pulsioni cromatiche e luminose, nella capacità di affinare le attitudini percettive per trovare rispondenze interiori. Compito non facile per questi sei artisti di reputazione nazionale, ma anche per i visitatori della Nuova Galleria Civica, chiamati ad esercitare la propria acutezza e sensibilità”.

Questa invece la presentazione della mostra da parte del curatore Giuliano Menato:

«Magia della pittura» scriveva in tempi lontani il poeta Diego Valeri. E aggiungeva: «La pittura stabilisce fra se stessa e chi la contempla dei rapporti di una immediatezza folgorante; ed è subito nell’occhio e dentro l’anima: “subito e tutta”». Ciò che l’arte crea è un prodotto che fa leva sulla sensibilità degli uomini che si rispecchiano nelle cose a cui dà forma. Il vedere, nel caso della pittura, non è solo quello degli occhi, è azione che coinvolge l’intera sfera emozionale del riguardante.

Vincenzo Satta, Mauro Cappelletti, Gianni Pellegrini, Sonia Costantini, Domenico D’Oora, Franco Ruaro non hanno nulla a che fare con l’estetica del bello naturale, vale a dire con il modo in cui un paesaggio – supponiamo – viene rappresentato, bensì con il sentire l’arte come impulso ad una bellezza astratta, estranea al puro e semplice impulso imitativo. Ma non per questo avulso da ogni soddisfacimento psichico. La loro pittura parla, in modi diversi, di sé, di colore, di luce, di spazio, e delle relazioni che intercorrono tra questi elementi costitutivi che si fondono in un unicum percettivo. Tutto ciò che percepiamo è colore, il quale trattiene ed emana in modo meraviglioso la sua essenza, che non si lascia facilmente definire, essendo instabile ed in continuo movimento. Suscitando emozioni visive dentro di noi, arriva ad impressionare la nostra coscienza. Le loro opere, per essere godute, necessitano di tempi lunghi di osservazione, di attenta concentrazione e di capacità di sguardo, perché frutto non di un dato oggettivo della realtà, ma di una lenta rivelazione delle proprietà del mezzo, che appare sempre differente a seconda che colpisce la nostra sensibilità. L’artista che opera in questo modo non agisce per impulso o per istinto, ma interviene nella consapevolezza di ciò che fa con una straordinaria padronanza dei mezzi tecnici, con cui individua quei fattori che danno forma alla rappresentazione. Attenendosi a regole precise, fa sì che l’opera, nata dall’intimo bisogno di armonia e di equilibrio, abbia un’esistenza autonoma.

Colore come materia cromatica, colore come flusso luminoso, colore come organismo spaziale, ed altri modi ancora determinano la varietà delle applicazioni del mezzo praticate da questi artisti nell’esaltare l’elemento primo e fondamentale dell’arte pittorica, che è appunto il colore. Colore che, nella nostra percezione del mondo, ha un grande potere, di inaudita forza, che non è raffigurativa ma evocativa. Quale che sia l’immagine che l’artista esegue, il colore ha il primato assoluto come componente emotiva, sortisce nella nostra interiorità effetti paragonabili a quelli della musica. Ma con questa differenza, ci ricorda ancora Diego Valeri: «La pittura ha una forza aggressiva che manca alla poesia e alla musica. E’ un fatto che le forme musicali e poetiche noi dobbiamo comporle in noi, via via che si svolgono nel tempo, seguendo le tracce scritte sulle pagine o trascorrenti nell’aria; mentre le forme pittoriche son già quel che sono, e noi dobbiamo soltanto rispecchiarle e farle vivere dentro di noi». Nel nesso inestricabile tra sensibile e sovrasensibile, non viene per questo inibito alla pittura, che parla direttamente a chi la osserva e la contempla, la facoltà di far nascere sempre nuove immagini e sensazioni.

La mostra sarà aperta il sabato e la domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 16 alle 19. L’ingresso è libero.

Info: Ufficio Cultura 0444 705737; manifestazioni@comune.montecchio-maggiore.vi.it

Consulta la brochure della mostra.

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