I pazienti degli ospedali psichiatrici nei ritratti di Marco Saugo, in mostra fino al 20 novembre nella Nuova Galleria Civica

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Il programma 2016 della Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore prosegue con la mostra di pittura di Marco Saugo “Vitalità senza vita”, curata da Giorgio Fabbris con il coordinamento dell’Ufficio Cultura della Città di Montecchio Maggiore nell’ambito del progetto espositivo ideato da Giuliano Menato. La mostra propone una serie di ritratti di pazienti di ospedali psichiatrici visitati dall’artista.
L’inaugurazione è in programma sabato 15 ottobre alle 17,30. La mostra sarà poi visitabile ad ingresso libero fino al 20 novembre il sabato e la domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 16 alle 19 con un’apertura straordinaria il 1° novembre. Evento speciale venerdì 11 novembre alle 20,30, quando è in programma l’incontro con l’artista e il concerto “Verbigerazione” di Giorgio Fabbris con Mauro Baldassarre al sax.

“Alla mostra ‘Astrazione oggettiva’ dei pittori trentini – spiega il sindaco Milena Cecchetto – succede ‘Vitalità senza vita’ del pittore vicentino Marco Saugo, caratterizzata da una figurazione angosciosa e lacerante che non mancherà di suscitare forti emozioni nel visitatore della Nuova Galleria Civica. Dove, intanto, rassegne diverse per generi e temi danno corso al progetto espositivo ideato da Giuliano Menato e realizzato con il contributo di vari curatori. In questo caso, Giorgio Fabbris, profondo conoscitore della personalità oltre che dell’opera di Marco Saugo. I ritratti di questo artista, di sconvolgente verità e bellezza, sono stati realizzati appositamente per l’esposizione montecchiana. Unanimi consensi sta riscuotendo un’iniziativa collaterale alle mostre: l’incontro con il pubblico, nel corso del quale, presente l’autore, varie voci ne commentano l’opera con l’esecuzione di significativi brani musicali”.

Vitalità senza vita – Presentazione del curatore Giorgio Fabbris.

… Franco Basaglia ha lottato per far chiudere i manicomi e trovare soluzioni più umane per aiutare i pazienti psichiatrici nei momenti critici. Però, dato che soltanto in alcune Regioni viene compiutamente applicata la Legge
180 del 1978, voluta da Basaglia (chiusura dei manicomi, con apertura di centri di accoglienza temporanea per le
emergenze), la protezione dei pazienti è questione di fortuna: bisogna trovarsi a vivere in una Regione virtuosa…
Certo, l’assenza di una “copertura” nazionale dimostra il disprezzo per una legge che il mondo ci invidia. La sensibilità di Marco Saugo, a riguardo, lo fa agire con le armi poetico-espressive dell’artista, del pittore, imponendogli lo svelamento di volti straziati da sofferenze umane. Egli toglie il paravento sociale che tiene nascosto, escluso, separato il folle; non solo: egli lo riscatta, mostrandolo in una galleria d’arte, inducendoci a considerare il volto dell’altro come una testimonianza che completa la verità dell’essere nella sua complessità, anche di “dolente instabilità”, instillandoci così quella pietas che è l’opposto della curiosità morbosa per il diverso, per il folle.
I suoi volti ci fanno sentire a disagio, sia esteticamente sia moralmente… facce che portano ben tatuata la loro incolpevole condanna, che la permanenza in manicomio ha fatto diventare incisione, fessura, solco che lentamente deforma l’innocente somatica; facce trasmutate in maschera per involontarie tragedie da recitare con altri disgraziati, per nessuno o per psichiatri che, guardando questi individui in cerca d’amore, decretano presuntuosamente e pregiudizialmente: schizofrenia… “fine pena mai”.
Saugo sente il bisogno, il dovere di dipingere, anche per protesta, questi volti angosciati, con sguardi che vanno sempre oltre la decenza, sparandoci occhiate calibro 7,62 che ci bersagliano, colpendoci come bestemmie imploranti, che ci chiedono aiuto aggiungendo agli sguardi dei gesti che mimano sdegno oppure ostentando posture d’apparente rassegnazione… Marco ha occhi solo per occhi disperati, disperati per l’assenza di tutto… li dipinge sapendo che sconvolgeranno, lacereranno la serena rappresentazione, contrapponendosi all’edonistico-mimetico del fare e farsi fare ritratti per prestigio proprio e del committente; i volti dei folli di Marco sono intolleranti d’essere solo icone: i matti vogliono uscire dal quadro, vogliono esserci, vogliono condividere…

Dipingere per Saugo è anche voler produrre opere per disturbare, scuotere i nostri sguardi e nel contempo denunciare l’assurdità del Lombroso. La realtà è che, inscritto nei volti stravolti da esistenze grame che degenerano rapidamente, c’è soprattutto l’effetto della permanenza in manicomio di esseri reclusi e risucchiati dal degrado psicofisico di tale luogo.
Ah sì sì… sono tutti volti di matti, ma esposti con la dignità riservata alle immagini dei santi che Marco ha “incontrato”, accolto e trasferito sulla tela con tecnica pittorica-transustanziatoria. Ci sono tanta passione, compassione, rispetto nell’operazione di “strappare” le foto dei pazienti dai freddi archivi manicomiali e trasferendole sulla tela, quale neo supporto sindonico, pregno di umana dignità. Rielaborandoli pittoricamente, l’artista si trova a trattare volti di irraggiungibile profondità, volti dal dolore inspiegabile perciò ancora più insopportabile. La pittura di Saugo deve essere sgradevole e ripugnante, poiché è un riflesso di vite piene di pena, pena lenita soltanto da celesti, misteriose panacee di rilassanti oblii, fantasmagorie costituite da ondivaghi deliri, allucinazioni che danno a queste vite sensazioni di realtà stravaganti, indefinibili, meno crudeli però della lucida percezione dello squallore manicomiale in cui si trovano a vivere…

Presentazione dell’artista di Giuliano Menato.

Marco Saugo è un artista che dipinge ritratti, e lo fa in modo singolare, come lo fanno quegli artisti che vi si applicano con interessi particolari e con mezzi tradizionali che esulano dall’intervento di strumenti tecnologici utilizzati per fini extra-artistici. Oggi chiunque può realizzare facilmente un ritratto con una fotocamera digitale, può diventare inventore e regista di immagini: ritrattista o autoritrattista.
Ma questa non è arte. Ecco perché artisti come Saugo sono autori di un’azione che non è immagine allo specchio. L’immagine artistica si deve “costruire” nell’arte del ritratto. L’artista costruisce corpo e carattere a partire da una serie di elementi che vengono colti con l’occhio fisico e l’occhio interiore in un continuo divenire di situazioni e di stati d’animo. Il corpo per l’artista è il mezzo con cui concepisce l’architettura del quadro creando una messa in scena fatta di soluzioni per realizzare l’ordine figurativo e regolare la tensione dei sentimenti.
Saugo fissa sulla tela l’idea che si fa del personaggio nel modo in cui riesce a dargli forma nella pittura, in un’opera d’arte che lo sottragga dalla casualità della ripresa fotografica. C’è bisogno – dice Giorgio Fabbris suo esegeta – di un «supplemento di indagine percettiva» per dare un diversa connotazione ai personaggi effigiati, i quali non perdono la loro riconoscibilità, ma sono soggetti a soluzioni formali che l’imprevedibile estro dell’autore adotta per restituirceli segnati da una cifra stilistica che sfugge ad ogni ordine precostituito. Saugo strappa la figura dall’apparente naturalezza del documento fotografico per consegnarla attraverso la calda sensibilità della materia cromatica ad una nuova esistenza che si rinnova ogni volta che uno sguardo vi si posa colpito da un particolare che prima gli era sfuggito.
Mi ha colpito una dichiarazione dell’artista: «I miei non sono ritratti, sono solo pittura». In realtà è la pittura di cui son fatti i suoi ritratti a conferire ad essi la particolarità che li preserva dall’ovvietà e dalla banalità della rappresentazione, determinando immagini non solo diverse e originali ma anche problematiche e dolorose. Certe dissonanze – la sostanza acida del colore, la resistenza spigolosa della forma – sono tali soltanto per chi non vuole riconoscere una diversa bellezza, una significatività diversa sia dalla satura cultura museale sia dall’ostentata dissacrazione di effimere avanguardie. In ogni caso per Saugo vale l’idea che la bellezza della pittura debba portare i segni della sofferenza e di una vita vissuta. «Per scuoterci la pittura non deve mai limitarsi a ricordarci la vita, ma deve acquisire una propria vita.» (Lucian Freud)

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